
Negli ultimi mesi ho seguito una madre il cui figlio è stato ucciso 3 anni fa dalle forze speciali israeliane, un “martire” come chiamano qui tutte le persone cadute nel conflitto israelo-palestinese. Iniziammo la terapia in seguito ad una telefonata del marito che non capiva perché dopo anni la moglie fosse ancora sempre in lacrime, non volesse uscire di casa, non riuscisse a farsi una ragione della perdita del figlio. Io di fronte a situazioni simili mi chiedevo, e ancora mi chiedo: ‘cosa posso fare io con la mia terapia per una donna che ha sofferto tanto?’. La perdita di una persona che amiamo, di un figlio per una madre, posso solo lontanamente immaginare quanto sia lacerante….Sentivo, durante le prime sedute, quando questa donna piangeva in continuazione e non lasciava spazio ad alcuna speranza, ad alcuno spiraglio di cambiamento, quando mi raccontava che non faceva altro che pensare sempre al figlio e non chiudeva occhio la notte, che la mia presenza era quasi offensiva di fronte a tanto dolore. Ma memore di alcune sue parole ho continuato ad darle un’appuntamento settimana dopo settimana. La prima volta infatti mi disse: ‘quando mio figlio è stato ucciso molti psicologi sono venuti a parlarmi, ma poi non sono più tornati’. Ho cominciando imparando dagli errori degli altri forse. Nelle ultime settimane ho iniziato ad avere davanti a me una donna diversa, io stessa non ci credevo. Oggi è stata l’ultima seduta e mentre mi raccontava di come si senta ora, di quali siano i suoi progetti per il futuro e di come il suo cambiamento abbia avuto un effetto benefico anche sul resto della sua famiglia, avevo la pelle d’oca. Masbuta, mabsuta ktir come dicono qui. Ero contenta, molto contenta.