London 17.10.09

London 17.10.09

Non pensavo che dalla Cina avrei letto un articolo su Repubblica in cui si parlava di Nablus per qualcosa che non fossero attentati, posti di blocco, occupazione militare. Invece oggi si racconta che Nablus “è riuscita ad entrare nel Guinnes dei record preparando un kanafeh, dolce tipico, gigantesco. Il dessert, a base di formaggio dolce e pistacchi, pesa 1.750 chilogrammi, è lungo 75 metri e largo uno. Per prepararlo 150 cuochi hanno lavorato per 25 giorni”. Forse queste piccole cose contribuiscono più di tante parole a creare un’immagine diversa della Palestina nella mente della gente. In fondo, come altrove, in Palestina la gente fa le cose normali che facciamo tutti e anche nel mezzo del conflitto life goes on….
Le cose importanti come l’olio buono devono sedimentare. In queste settimane in Cina la mia mente corre spesso alla Palestina. Non faccio confronti perché avrebbe poco senso, Cina e Palestina sono mondi così diversi. Mi rendo conto di come Palestina e Israele si siano insinuati nella mia anima, sono luoghi che lasciano un segno. Forse è il senso di precarietà, di lotta continua per qualcosa che fa sì che ci sia una costante tensione che è sì logorante, ma è anche ciò che mantiene lo spirito alto e combattente. I palestinesi hanno una fierezza e un’orgoglio ammirevole. Riascoltavo la canzone su Gaza “We will not go down” ed è proprio così…Bombardateci le scuole, le moschee, demoliteci le case, estirpate i nostri ulivi. Ricostruiremo tutto, ripianteremo gli ulivi. Lo stesso animo che lotta ce l’hanno gli israeliani, con spirito coloniale e occupante ma senz’altro con la voglia di non essere vittime. E forse anche se non voglio fare confronti li faccio perché invece qui il popolo è servo. Lo è stato per millenni: prima sotto l’imperatore, poi sotto Mao e il comunismo, ora sotto questa forma di dittatura capitalista. In Cina, come in Palestina, l’individuo non esiste, ma il risultato sembra diverso. Là si lotta insieme. Qui si ubbidisce insieme.
You can’t just leave Palestine and Israel behind once you leave them physically. I’ve been back for 3 months now and I’m working on my book, sorting out photos, have been invited to give some talks. Yesterday I went to one given by Rabbi Cohen. Wolfson college, an Oxford University college, was supposed to host the event but they cancelled last minute. Rabbi Cohen is too controversial and it’s sad to see how a leading university cannot take open debate. Yes, Rabbi Cohen is an orthodox Jew and does not support Zionism and believes that the state of Israel is not “God’s work”. He’s a leading member of the Naturei Karta group which I already came across as they were actively protesting in Jerusalem during the Gaza war. Some say he denies the Holocoust, which is nonsense. The talk was moved to St. Edward school, which is a fantastic boarding school in north Oxford. Compared to its beauty Wolfson looks quite sad with its 1960′ concrete blocks.In a nutshell the talk was on the difference between Zionism and Judaism and how being anti-Sionist does not meam being anti-Semite.
I have a picture of an Orthodox Jew with a badge that says: Free Palestine…
Back from my mission ho ripreso in mano quel libro di J.S. Kanaan “La mia guerra all’indifferenza” letto prima di partire per la Palestina…Mi ritrovo del tutto nelle sue parole e nelle sue riflessioni sull’incompetenza di chi lavora nell’umanitario, un’incompetenza spesso unita ad un certo stato di confusione esistenziale, nonché di solitudine. Gente che fa carriera perché ha fatto tre o quettro missioni , magari di pochi mesi, non perché abbia formazione e competenze. Kanaan dice: sono andato ad Harvard per non diventare come quei cinquantenni arenatesi nelle ONG come delle balene….
I’ve been back from Palestine a month. I’ve been offered a mission to go to Kashmir for a year, leaving a few days ago. I’m still not sure whether it’s because I want to be at home, whether I’m disillusioned with humanitarian work, whether I’m sick of earning peanuts and making my life uncomfortable…I don’t know what it is but I said “No, thanks”. La Palestina in questo momento mi sembra a mille miglia di distanza, il lavoro umanitario pure, mi rileggevo La mia guerra all’indifferenza riconoscendomi in molte cose…
In questi giorni a Milano, nonostante l’influenza, sono stata un po’ con i miei nipotini. Dopo sei mesi di “disegni di guerra”, è stato strano vedere dei bambini che facevano dei disegni normali. E pensavo che in Palestina diventa ordinaria amministrazione che i bambini abbiano paura dei soldati e che la tua casa non sia davvero la tua casa, stanotte potresti ritrovarti il soldati israeliani o quelli palestinesi che te la occupano, i coloni che ti terrorizzano…Una quotidianità sempre incerta. E qui in Italia, dove ci sarà pure la crisi, andiamo comunque a letto con la certezza che non ci ritroveremo l’esercito in casa nel cuore della notte. Alino di 3 anni mi ha dato uno dei suoi scarabocchi e non erano soldati in astratto ma cuoricini.

Franci mi è venuta a prendere in aereoporto con i miei e mi ha portato un mazzo di fiori…tulipani gialli bellissimi! A casa mi aspettavano i regali di natale: un maglione, dei libri – uno di David Grossman – sali da bagno e saponi profumati che subito ho usato per un bagno rilassante…
Ora mi devo dare tempo per vivermi tutte queste emozioni contrastanti. La Palestina e Israele lasciano dentro una nostalgia strana. Sono contenta di essere a casa ma mi sto ascoltando la canzone su Gaza…
Dall’aereo le montagne innevate tra le nuvole erano uno spettacolo….
Haaretz publishes an article that confirms my idea about the Israeli psyche, A very interesting read.

Cammino per Parigi…”Che bella l’Europa…” penso dentro di me…anzi no, lo dico ad alta voce mentre passeggio tra le piramidi del Louvre. Mi siedo al sole, faccio un po’ di foto. Accanto a me si siede un signore anziano, mi chiede se sono con un gruppo, “No, I’m alone”…”Ah! Freedom!!” mi dice e mi bacia la mano. Parigi è freddissima oggi, di Gerusalemme per ora mi mancano solo i 20 gradi che c’erano ieri mentre camminavo per la spianata delle moschee. Il mio lavoro in Palestina è stato valutato molto positivamente, anche se si dice che non accetto “regole e restrizioni”. In realtà le ho accettate ma anche criticate. Sicura delle mie capacità ho detto: “se avete bisogno di personale che esegua gli ordini non c’è problema, è chiaro che non sono io la persona adatta”. “No” è stata la risposta. Mi vogliono per un’altra missione. Per ora vado a casa, mi riposo. Voglio stare un po’ con la mia famiglia, i miei amici, le persone che amo, Franci. Voglio tornare nella mia casa, sedermi sul mio divano e fumare il narghillè regalatomi da un’amico palestinese, voglio aspettare la primavera a Oxford e veder fiorire il mio giardino. Voglio camminare per le strade senza pensare che un autobus possa saltare in aria, senza soldati e civili armati fino ai denti, senza posti di blocco e apartheid. Voglio bermi un bicchiere di vino senza dover passare il checkpoint per andare a comprare alcolici…
Thailandia, Ski Lanka….Inshallah, one day. Per ora vado a casa.

L’ultima giornata a Gerusalemme l’ho passata a spasso come una turista dopo essere stata a salutare A., la psicologa israeliana che per 6 mesi ha prestato orecchio alle mie frustrazioni e discusso con me di questo conflitto dandomi un punto di vista israeliano che non fosse quello da forza occupante. Finalmente dopo sei mesi sono riuscita ad andare alla spianata delle moschee…Ci avevo provato varie volte ma nell’ordine: o c’era la preghiera, o pregavano, o la preghiera stava per cominciare, o era venerdì giornata di preghiera….Il posto è immeso e splendido: Al Aqsa da una parte, the Dome of the Rock con la sua cupola dorata dall’altra. Ragazzini giocavano a calcio, c’era poca gente. Gerusalemme è una città strana, per niente santa ma piena di religione, violenta, conservatrice. E’ bellissima ma sempre tesa e oggi a Parigi quando mi è passato di fianco un autobus mi sono detta: finalmente non penso che potrebbe saltare in aria!
E Ben Gurion Airport a Tel Aviv? Il solito controllo della macchina e dei miei bagagli per 45 minuti alla barriera di accesso all’aereoporto perché arrivo con l’autista palestinese, le solite 2 ore di domande prima del check-in, il solito bollino con livello di sicurezza 6. Non mi hanno messo in mutande e sono stati meno scortesi, forse anche perché io sono stata meno gentile. Ad un certo punto li ho contati: erano in 5 della security intorno alle mie piccole valige. “Last time you were 7″ gli ho detto quando uno mi fa: “Are you counting us?”. Se devo patire almeno li prendo in giro…come diceva qualcuno: “una risata vi seppellirà”. E quando mi ha appiccicato il bollino n.6 sul passaporto le ho detto. “Nooo…you are not going to put me in my underwear again??!”. Detto con un sorriso. La tipa si è scusata per la volta precedente. ”Anyone gave you any presents?” Ehm…No. Se inizio a fargli la lista dei regali che i miei colleghi palestinesi mi hanno fatto non parto più: un narghillè, due collane, due paia di orecchini, un orologio, una sciarpa…

Credo di essere arrivata al capolinea energetico, per sei mesi ho dormito circa 5-6 ore a notte andando a dormire mai prima dell’1.30. Staserami sa che per le 9.30 sarò a letto. Ho fatto un’ultima visita alla vittà vecchia, il Santo Sepolcro era finalmente deserto, di solito sembra di essere al mercato di Viale Papiniano. Sei mesi fa quando sono arrivata qui non avevo lontanamente idea di cosa fosse davvero questo conflitto medio-orientale. Le immagini che ho dentro in queste ultime ore a Gerusalemme sono quelle dei miei pazienti e dell’occupazione militare, due cose intrinsicamente legate. Io spero che la missione a Nablus chiuda, che non serva più perché i soldati se ne saranno andati e Hamas e Fatah non si faranno più la guerra. Oggi ai miei colleghi quando ci siamo salutati ho detto: “Inshallah I will come and visit you when the occupation is over”. “Then you will never come” mi hanno risposto.

Non si saprà forse mai davvero quello che è successo a Gaza, quante persone sono morte davvero, quanta responsabilità abbia Hamas nell’aver messo sul piatto d’argento israeliano quest’ennesima guerra. Quello che è certo e che ho visto coi miei occhi è che l’occupazione militare israeliana è feroce. E lo è da 40′anni. Gaza non è più occupata militarmente come la Cisgiordania ma controlla con pugno di ferro lo spazio aereo, marino e i confini della Striscia. A me il pensiero di Hamas al governo non piace perché siamo al livello di rivoluzionbe islamica iraniana: chiusura totale. Un mio collega mi raccontava che in Iran quando arrivò Khomeini nel 72′ fu proibito di usare il verde nei tappeti persiani perché nell’Islam è il colore che simboleggia il sacro. Le cupole delle moschee sono spesso verdi. Quindi se volete sapere se un tappeto persiano è pre o post-rivoluzione islamica cercate il verde. Che poi è il colore di Hamas. Per chi fosse interessato riporto un’articolo che condivido solo in parte che dà una versione che secondo me condona le responsabilità d’Israele che sono enormi. Intanto oggi i raid israeliani sono ripresi, nulla è cambiato e a nulla è servita la guerra.


Una delle prime foto fatte a Nablus….

Cose buone da mangiare e regali dopo il lavoro oggi. Ultima giornata…ho visto i miei ultimi 4 pazienti e tirato le fila della mia missione con le coordinatrici. Anche se le fila vere credo si tireranno quando questi mesi si saranno sedimentati. Per ora sono in un vortice di emozioni che non so nemmeno io se sono contenta di partire o no. Ho imparato molte cose in questi mesi e la Palestina e Israele restano dentro. E non posso non dire anche Israele perché sono come una coppia disfunzionale, di quelle coppie in cui i due si fanno solo del male ma non possono non stare vicini. Qui per forza di cose la situazione è così.
Il dottore mi ha regalato un piccolo narghillè da viaggio…for habibti, che sarei io..per chi conosce l’arabo. Domani Gerusalemme, giovedì Parigi…

Io non prego. Ma credo che ognuno debba essere libero di farlo se vuole, basta che non me lo imponga. Qualche giorno fa scrivevo a proposito della preghiera musulmana per Gaza di fronte al Duomo di Milano. La mia amica Chiara mi ha mandato questo articolo molto profondo di Giulietto Chiesa, una riflessione per noi tutti che sento molto vera e vicina a quello che vivono i palestinesi. Mi ha toccato profondamente:
Scrive Gad Lerner su Repubblica: “ecco perchè non possiamo tollerare come un dettaglio marginale (…) il rituale della preghiera islamica posto a sigillo delle manifestazioni indette con finalità di protesta politica”. Lui ”non può tollerare”. Se avessero bruciato bandiere, anche, non avrebbe tollerato. Lui non tollera la parola “martiri”. Pregano. Cos’altro potrebbero fare? E dovrebbero anche nascondersi, per farlo? Pregano perchè l’ingiustizia e la violenza cui sono soggetti non ha redenzione in questo nostro mondo dove la giustizia e la verità sono state cancellate. Pregano e dovremmo ringraziare il nostro dio finchè si limiteranno a pregare. Pregano perchè non c’è redenzione per le loro sofferenze. Pregano perchè non c’è via d’uscita quando il più forte t’impone la sua bugia, e se ti ribelli ti uccide. E non ti lascia nemmeno la possibilità di gridare il tuo dolore perchè, se ti lamenti, sei antisemita. E dunque non ti resta che invocare il tuo dio. Appena prima di meditare la vendetta. Non gli resta che Allah. A questo li abbiamo ridotti, Lerner, e tu ne porti una parte di responsabilità, per le cose che scrivi. Ieri, alla manifestazione, c’era un giovane che gridava soltanto una cosa: ”Palestina, terra mia”, e piangeva. Non l’ha intervistato nessuno, ma il suo pianto mi è rimasto nelle orecchie. Non c’è tribunale, in occidente, che gliela ridarà, la sua Palestina.
La seconda riflessione la prendo da Alessandro Robecchi, sul Manifesto di oggi. Insieme alla sua tristezza. Ricorda, a chi non se ne fosse accorto, le parole di Lucia Annunziata ad Anno Zero: “ma qui siamo italiani e dobbiamo orientare il pensiero degli italiani”. Voce dal sen fuggita. Vale di più questa ammissione che tutto il resto dello spettacolo. Questo è il giornalismo italiano e la Annunziata, che vi ha fatto abbondante carriera (ed è certo che continuerà a farcela), ne è la bandiera. Informare? Che c’entra? avrebbe detto Goebbels. Bisogna orientarle le masse. Ho letto di recente una citazione di Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia: ”Il giornalista incapace per vigliaccheria, o per calcolo, si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare e le sofferenze e le sopraffazioni che non è stato capace di combattere”.
Viene in mente un aforisma di Hans Magnum Enzensberger: “Ai tempi del fascismo non sapevamo di vivere ai tempi del fascismo”. Gaza è il nostro tempo, e noi non siamo capaci di dircelo.
Stasera ho salutato con una cena a casa colleghi di altre organizzazioni umanitarie , per fare una cena in cui ci fosse vino e birra sono dovuta andare oltre checkpoint a fare la spesa. A Nablus non è possibile comprare alcolici in nessun posto. Così sono dovuta andare alla comunità samaritana che sta a un quarto d’ora da qui. Tre soldati israeliani annoiati, una bandiera con la stella di David che sventola…Voglio solo comprare qualcosa da bere, ma per farlo devo passare un checkpoint con tre sbarbatelli in assetto di guerra. Assurda terra.
Un’abitudine molto medio-orientale che già avevo e che mi ha accompagnato in questi mesi è stato il rituale del narghillè, un modo per rilassarmi dopo una giornata di lavoro. Ho scoperto che la gente che lavora nell’umanitario, medici in testa, sono dei fumatori accaniti, stressati, in emergenza perenne per salvare il mondo (or so they think!), sempre con la sigaretta in bocca. Alina preferisce il narghillè col tabacco aromatizzato…rosa, menta e limone i miei preferiti. Me lo fumo alla sera, dopo il lavoro, mentre scrivo, leggo, guardo la televisione. Tra i nostri programmi preferiti: Oprah e qualsiasi cosa su Al Jazeera (L’isola) International, Shaun the Sheep (io), scappo invece quando inizia American Idol perché lo trovo imbarazzante. Sono una snob. A Nablus non c’è molto da fare e il lavoro è emotivamente intenso, nonostante ciò non riesco a seguire l’esempio delle mie colleghe/coinquiline che alle 10.30 di sera sono sotto-coperta. Di solito a quell’ora sono al telefono, o scrivo, o leggo, o ascolto la musica o i podcast della Litizzetto che mi fa ridere o chatto su skype. Ma questa è la parte ricreativa…

Le mie giornate iniziano alle 8.30 con quello che chiamiamo security meeting: pensate di andare al lavoro e la prima cosa è parlare delle notizie del giorno prima che di solito riguardano arresti, gente ferita, uccisa, coloni che bruciano uliveti. ‘Hadi’ qui, normale. Alle 9.30 inizio le visite ai miei pazienti, circa 5-6 al giorno, terapie di un’ora con adulti e bambini, uomini, donne, in città, nei campi profughi, nei villaggi vicini, in case isolate attaccate ad una base militare israeliana o ad un’insediamento di coloni. Lavoriamo con pazienti colpiti dalla violenza dell’occupazione israeliana e dal conflitto intra-palestinese tra Hamas e Fatah. Vittime del conflitto e se anche sembra banale e retorico dirlo, è vero che le vittime sono spesso innocenti. Come dice una nostra paziente, madre di un ‘ricercato’ (partigiano per alcuni, terrorista per altri), donna a cui i soldati hanno devastato la casa: ‘che colpa abbiamo noi?’…La tua colpa è che tuo figlio è ricercato e finché è così torneremo a distruggerti la casa…’ Parola di soldato. Che altro faccio? A volte mi arrabbio col mondo umanitario, con gli israeliani, con i palestinesi, coi musulmani, faccio lezione di arabo, cucino per rilassarmi (e perché se no a volte non si mangia), ‘litigo’ con le ONG, faccio meditazione, mi riconcilio con tutti quelli di cui sopra, fumo il narghillè. E scrivo, tanto. E’ la mia terapia per mantenermi sana e per poter fare terapia agli altri….

Negli ultimi mesi ho seguito una madre il cui figlio è stato ucciso 3 anni fa dalle forze speciali israeliane, un “martire” come chiamano qui tutte le persone cadute nel conflitto israelo-palestinese. Iniziammo la terapia in seguito ad una telefonata del marito che non capiva perché dopo anni la moglie fosse ancora sempre in lacrime, non volesse uscire di casa, non riuscisse a farsi una ragione della perdita del figlio. Io di fronte a situazioni simili mi chiedevo, e ancora mi chiedo: ‘cosa posso fare io con la mia terapia per una donna che ha sofferto tanto?’. La perdita di una persona che amiamo, di un figlio per una madre, posso solo lontanamente immaginare quanto sia lacerante….Sentivo, durante le prime sedute, quando questa donna piangeva in continuazione e non lasciava spazio ad alcuna speranza, ad alcuno spiraglio di cambiamento, quando mi raccontava che non faceva altro che pensare sempre al figlio e non chiudeva occhio la notte, che la mia presenza era quasi offensiva di fronte a tanto dolore. Ma memore di alcune sue parole ho continuato ad darle un’appuntamento settimana dopo settimana. La prima volta infatti mi disse: ‘quando mio figlio è stato ucciso molti psicologi sono venuti a parlarmi, ma poi non sono più tornati’. Ho cominciando imparando dagli errori degli altri forse. Nelle ultime settimane ho iniziato ad avere davanti a me una donna diversa, io stessa non ci credevo. Oggi è stata l’ultima seduta e mentre mi raccontava di come si senta ora, di quali siano i suoi progetti per il futuro e di come il suo cambiamento abbia avuto un effetto benefico anche sul resto della sua famiglia, avevo la pelle d’oca. Masbuta, mabsuta ktir come dicono qui. Ero contenta, molto contenta.
Oggi relax…A Nablus c’è un antico bagno turco nella città vecchia e ho pensato fosse un buon regalo pre-partenza per me e per le mie colleghe. Rigorosamente separato uomini e donne. Inutile dire che la maggior parte del tempo è aperto agli uomini e chiuso alle donne. Abbiamo chiesto che ci lasciassero 2 ore solo per le donne oggi e ci siamo rilassate tra bagno turco e massaggi. Purtroppo il massaggio solo per noi occidentali perché l’unico disponibile era il proprietario, mani d’oro, ma una donna palestinese non può farsi toccare da altri che dal proprio marito. Noi grazie a Dio l’onore lo riponiamo in altre cose e quindi maschio o femmina io il massaggio me lo faccio fare. Il posto è bellissimo e dopo i bagni abbiamo completato il rilassamento con un bel narghillè. Um Inshallah, la nostra colf, era al settimo cielo. Credo che per una persona che vive in un campo profughi, una giornata al bagno turco sia una meraviglia impensabile. Vederla così contenta mi ha fatto piacere. Stasera abbiamo tutte una pelle da culetto di bambino!
Mancano 5 giorni alla mia partenza….
Leggevo un’articolo su Repubblica sulle barzellette antisemite che circolano su internet. Pare che i siti che ne riportano decine sulla Shoà si sprechino. A me in media le barzellette non fanno ridere e non è per essere seriosi ma così come non mi viene da fare dell’umorismo sui morti di Gaza, trovo penoso quello sugli ebrei e i campi di concentramento. Me ne sono lette un po’ e mi sono cascate le braccia, che pena l’ignoranza. Chi pubblica questa roba per me fa parte della categoria: sono ignorante e me ne vanto. No hope! Purtroppo temo che la mancanza di una seria critica ad Israele da parte di chi è al potere crei una forma quasi di antisemitismo nell’animo represso di molti, che invece di fare una critica intelligente a Israele iniziano a prendersela con gli ebrei.
An update on the occupation of Oxford University for Palestine…good news coming from Oxford! The news also reached the media in Israel and Palestine. The most important thing is to withdraw any money from those who profit from the occupation. When it stops being a profitable business Israel will go home (trouble is that they think the ARE at home!).
NATIONAL DEMONSTRATION IN SUPPORT OF GAZA
3rd National Demonstration For Gaza: Saturday 24 January
Israel Out Of Gaza Now: Lift The Blockade
Assemble BBC Broadcasting House
Portland Place, London, W1A 1AA
(Nearest Tube Oxford Circus)
March To Trafalgar Square

Si dice che per ricostruire Gaza dopo i 22 giorni di bombardamenti israeliani ci vogliano 2 miliardi di dollari. Qui in Cisgiordania l’Autorità Palestinese dà ad ogni famiglia che ha un figlio in prigione o ne ha perso uno nel conflitto una sorta di “mesata”, circa 1000 shekels, poco meno di 200 euro. Stasera sentivo che il governo inglese risarcirà con 12 mila sterline ogni famiglia dell’Irlanda del Nord che ha perso qualcuno nel conflitto durante l’occupazione inglese. Quando Israele pagherà il conto degli ultimi 60′anni ai palestinesi? Intanto la fabbrica dell’umanitario sta sopperendo alle varie esigenze della popolazione nella Striscia di Gaza, i medici sicuramente non mancano.
It may not be very politically correct, but it sounds like I’m not the only one thinking that Israel continues to use an underlying guilt that the world feels with regards to the Shoà to do whatever they please to the Palestinians. As Livni would say: Enough is enough! Here is an article from Haaretz precisely on this and it comes from a Jew. With it goes the argument that if you criticise Israel you may be an under-cover anti-Semite…Again: Enough is enough! E per chi credesse che la tregue regge davvero: 3 palestinesi uccisi a Gaza dal cessate il fuoco. Boh…

Un bel parallelo per chi conosce la storia e lo fa l’inviato dell’ONU Richard Falk, non Alina. Notizia presa da Haaretz, quotidiano israeliano che se anche pubblica articoli interessanti, come quasi tutti in Israele sostiene a spada tratta l’esercito. Ci sono dei bei banner nel sito per entrare direttamente nel sito del merchandising dell’esercito: per esempio ci si può comprare un bello zainetto con la stella di David, oppure una maglietta con scritto Israel Defence Forces, o poster dei soldati con mitra che pregano al muro del pianto. Inspiring…. Qualsiasi cosa vi venga in mente, potete comprarvela con marchio belligerante sul sito dell’IDF. Potete anche aiutare l’esercito ad uccidere più bambini facendo una bella donazione al sito Friends of Israel Defence Forces per sostenere l’operazione Piombo Fuso (che cattivo gusto i nomi di queste operazioni militari). A me non verrebbe mai in mente di fare una donazione a gente che ammazza. Fareste una donazione ad Hamas? Per lanciare più missili e far mettere il velo a più donne. No, grazie. Non è che perché un’organizzazione come l’IDF è statale e Hamas invece non è a capo di uno stato riconosciuto, che le stesse azioni hanno valore diverso. Non capisco questi due pesi e due misure.
As I write tonight I listen to the new album by Bruce Springsteen which is available to listen for free here. I discovered the website of the National Public Radio for those of us who need music…It’s really good. I guess I’m reconnecting to the normal world out there…

Today students at Oxford University have occupied the Clarendon Building next to the Bodleian Library as a protest against Israel’s war on Gaza. It’s actually more complex than this: it is also to speak out against the series of lectures held at Balliol College and opened by Shimon Peres, Israel’s current president and to push Oxford Uni to divest (pull out investments) from BAE Systems, an arms’ company who supply the Israeli military. The students have a blog with a suitable name: Occupied Oxford. Other universities in the UK are joining in the protest. It’s nice that it also come from the students of such a conservative university as Oxford.
Muore Lentamente
Muore lentamente chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e non cambia il colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi fa della televisione il suo guru.
Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
ed i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, che fanno di uno sbadiglio
un sorriso, che fanno battere il cuore davanti agli errori ed ai sentimenti.
Muore lentamente chi non rivolta il tavolo quando è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incerto pur di inseguire un sogno,
chi non si permette, almeno una volta nella vita,
di fuggire i consigli sensati.
Muore lentamente chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare.
Muore lentamente chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Muore lentamente chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
non ponendo domande sugli argomenti che non conosce
o non rispondendo quando gli chiedono qualcosa che sa.
Evitiamo la morte a piccole dosi ricordando sempre che l’essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.
Soltanto l’ardente pazienza porterà
al raggiungimento di una splendida felicità.
(Pablo Neruda)
One of my colleagues told me that he feels that this time people around the world reacted in a different way towards the tragedy of the Palestinians in Gaza. World leaders may have used the same rhetoric, but not the people who seem to have a new awareness. As it happened with Burma and the marching monks the reaction of the world was of deep shock, but what is it now of Burma? Has anything changed? Many need a cause to fight for, but once the interest drifts off the media, people just go back to their indifference. I’m not sure things will be different with Gaza. I too feel that people around the world were touched by the Israeli war on Gaza. Will this bring any change in this region? Boh…
An interesting article by British journalist Robert Fisks. Not much hope for Israel and Palestine. But we keep hoping that Obama will change the world…

Deprimente…Una paziente mi ha raccontato che un conoscente sposato con un’altra donna ma innamorato di lei ha deciso di prenderla come seconda moglie. Decisione unilaterale come quelle che prende Israele nei monologhi di pace: faccio la guerra, faccio la tregua, i palestinesi non contano. Qui è uguale: ti prendo come seconda moglie, la prima non è d’accordo, tu nemmeno, per non parlare del fatto che sei pure sposata e se tuo marito viene a conoscenza di questa storia ti ammazza. E ammazza te donna, non me che voglio unilateralmente sposarti. Qui siamo ancora al livello del delitto d’onore. Un uomo fa e disfa una o più famiglie e alla fine se ammazza la moglie viene pure rispettato dal vicinato sempre prodigo di cattiverie e buoni consigli. Non ci rendiamo conto di quanto siamo fortunate ad essere nate in un posto in cui una donna vale più di una capra. E per i miei amici politicamente corretti che mi dicono che qui hanno una visione diversa delle cose rispondo che qui parliamo di diritti umani, non di femminismo d’assalto. E chi pensa che le donne qui, nate in un contesto simile e abituate a non valere tanto quanto un uomo siano felici lo stesso, consiglio due chiacchiere con le mie pazienti. A volte l’oppresione della tradizione fa più male dell’occupazione militare. Perché qui se non cambia la testa della gente, anche se i soldati se ne andassero domani con al seguito la carovana dei coloni, posti di blocco e del resto dell’occupazione, le donne resterebbero chiuse in casa e non solo non passerebbero un checkpoint che non c’è più, ma continuerebbero a non varcare nemmeno la soglia della loro abitazione.


Leggo che in Italia si vogliono vietare le manifestazioni davanti ai luoghi di culto. Questo in seguito alla preghiera musulmana in piazza del Duomo a Milano. Ma deve dirci Maroni dove possiamo sentirci vicini a Dio? Io che non prego nè dentro nè fuori dai luoghi di culto trovo che sia una misura ridicola e intollerante. Intollerante perché non si è capito il senso della preghiera dei musulmani per Gaza davanti al Duomo. Non si è capito che queste persone vogliono che il mondo veda il loro dolore e faccia qualcosa per tutte quei palestinesi che a Gaza hanno perso tutto. I musulmani pregano ovunque: nei negozi, per strada, al lavoro. Quando vado a comprarmi il tabacco alla menta per il narghillè a volte aspetto fuori dal negozio che il proprietario finisca di pregare. Qualcun’altro poi ha detto che in Italia vanno bene le moschee ma non siamo ancora pronti per i minareti di fianco ai campanili. Ma siamo un popolo così insicuro che ci fa paura un minareto o una preghiera in piazza? Se uno crede crede…che ci siano i minareti o no. Questa è la storia: moschee diventano chiese, chiese un giorno forse diventeranno moschee. Io faccio a meno di entrambe, Dio non è nè dentro nè fuori dai luoghi di culto. Se c’è per me è nei nostri cuori. A seguire il filo logico (che non vedo) del Maroni-pensiero si dovrebbe allora iniziare ad abolire la messa in Piazza San Pietro, l’Angelus di mezzogiorno…E già sento qualcuno che dice:” ma quello è cristiano, sono le nostre radici…” Le nostre radici sono pagane, sono Venere e Apollo, poi arriva il cristianesimo, poi gli arabi…. Io voglio vivere in un paese in cui posso pregare Dio, Allah o nessuno senza che arrivino gli spacca-Maroni di turno. E infatti vivo in Inghilterra dove si mangerà pure male ma il politicamente corretto impone più tolleranza per tutti. Ma lasciamo la parola a uno che è stato fulminato sulla via di Damasco, una lettura dal sito di Magdi Cristiano Allam. Alla fine forse aveva ragione Karl quando parlava dell’oppio dei popoli. A Nablus, città molto conservatrice e musulmana, i campanili ci sono e non mi sembrano una minaccia per nessuno. Perché dovrebberlo esserlo i minareti in Italia? Basta che non partano col muezzin alle 4 di notte che si dorme…(qui ormai non lo sento più).

Città santa, città occupata, città riunificata. Come ingannano le parole. L’altro giorno camminavo per Gerusalemme ovest, zona ebraica. Su un muro un manifesto municipale che celebra i 40′anni della riunificazione della città. Per i palestinesi, l’arrivo dei carrarmati nel 1967, è l’inizio dell’occupazione, per Israele è l’unificazione. In realtà Gerusalemme est e ovest restano due entità separate anche se non c’è più un muro a dividerle. Gli arabi non vanno a ovest, gli ebrei non vanno ad est. O meglio, ad est ci vanno quelli che vivono nelle colonie israeliane costruite su territori occupati. Per gli arabi è Al Quds, la santa. Per gli ebrei è Yerushalayim, la città perfetta. Per arabi, cristiani ed ebrei è la città santa. Per me, che ho il privilegio di andare sia a est che a ovest, è la città in cui quando mi passano di fianco gli autobus israeliani spero non saltino in aria. Io prendo solo quelli arabi, ci si dovrà pure sciroppare le letture coraniche ma sono sicuri.


Durante la guerra a Gaza il parlamento israeliano passò una mozione che espelleva due partiti arabi dalle imminenti elezioni. Dopo il ricorso arabo pare che la corte suprema israeliana abbia deciso che una simile decisione non sia accettabile. Scrivo mentre seguo un programma sugli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Una sopravvissuta parla dell’imposizione a portare la stella di David, delle fucilazioni collettive…E’ strano come quella stella di David, un tempo simbolo di umiliazione e discriminazione, oggi sventoli dappertutto in Israele e Palestina e marchi ovunque i Territori Occupati come a dire :”roba nostra”.
Intanto le truppe israeliane hanno completato il ritiro dalla Striscia di Gaza. La tregua regge. In Palestina nessuno si aspetta che Obama faccia qualcosa di radicalmente diverso dai suoi predecessori. Io ci spero. Povera illusa?

In this last week I have been saying good-bye to my patients, I’ve been closing cases as we say. Some of the people I’ve worked with, I’m happy to say, will not need me any more, hopefully they have acquired some tools that will help them to bear this absurd and painful military occupation. One of the crazy things about this place is that the “emergency” is chronic. When people face a trauma and they start a psychotherapy the trauma is behind them, it’s over. Here the trauma is ongoing. The soldiers may come to search your house again and you never know when. It may be tonight, next week, next month or next year. People just don’t know and everyone is a target. Uncertainty is the rule. My hope is that my patients, when they face another trauma due to the military occupation, they will be able to dig out the therapeutic tools that they acquired and developed during the therapy. Until the day when the soldiers, with their watch-towers, jeeps and tanks, will leave Palestine. Inshallah…


Si avvicina la mia partenza e come sei mesi fa a Oxford, mi si muovono dentro emozioni contrastanti – voglia di partire e restare, mi sento l’ebreo errante a volte…La fine di una missione impegnativa emotivamente, in un contesto socio-politico a cui è impossibile restare indifferenti. Persino per me che trovo il conflitto medio-orientale un bel casino, un ginepraio in cui le carte in tavola sembrano mescolate apposta perché nessuno ci capisca niente. Qualcosa di più dopo sei mesi ho compreso. Ho compreso che non possiamo pontificare sulla pace nel mondo se poi non sappiamo andare d’accordo con chi ci sta accanto quotidianamente. Ci sono momenti in cui vorrei restare, altri in cui aspetto la partenza. Fondamentalmente per me questa è stata una missione molto “buddhista” (in un paese arabo in cui musulmani ed ebrei si fanno la guerra!), molto incentrata sul momento presente e in cui anche nei momenti difficili ho avuto la ferma convinzione che il mio posto ora fosse qui. So che la missione sta finendo perché inizio a pensare al futuro. Tra dieci giorni lascerò Nablus. Non so perché ma la Palestina resta dentro. Israele anche, per me dovrebbero essere un solo paese. Anche stanotte è quasi l’1.30. Per chi si chiedesse dove trovo il tempo di scrivere tutto quello che scrivo questa è la risposta.

Oggi dopo il lavoro ci siamo guardate la cerimonia di inaugurazione della presidenza di Obama (Obama Bin Laden
). Ah gli americani…sono così entusiasti, convinti e convincenti che quasi ci credi che il mondo cambierà, che non ci saranno più i poveri, che la gente si vorrà bene, che ci sarà la pace in Medio Oriente, che troveremo delle fonti energetiche alternative per non distruggere il pianeta, che in questo momento di sfascio economico e non solo ci sosterremo a vicenda facendoci forza. E’ come se il mondo fosse in crisi esistenziale e sulle spalle del povero Obama avessimo riposto tutte le nostre speranze. Ma è anche bello sognare, inebriarsi di retorica, credere che “yes we can”…

Quello di cui questa terra ha bisogno è la pace, qui lo dicono e ripetono tutti ma poi girano armati fino ai denti. Dalla fondazione dello stato di Israele sono passati 60′anni e siamo ancora qui con questo Medio Oriente quotidianamente violento di cui ogni tanto il mondo si ricorda quando scoppia una guerra come a Gaza. Quello di cui la Palestina ha bisogno è un Gandhi, un Martin Luther King, un Nelson Mandela, qualcuno che voglia fare la pace con una seria resistenza non-violenta. Anche se a pensarci bene forse le cose non sarebbero diverse da come sono, basta vedere paesi come la la Birmania e il Tibet “guidati” da Aung Saan Suu Kyi e dal Dalai Lama…non stanno meglio della Palestina. Come magra consolazione hanno la simpatia del mondo intero, a nessuno viene in mente di dire “povera Cina, avranno pure diritto a una casa i Cinesi…”. Mi chiedo se dopo 40′anni di resistenza armata i Palestinesi, gente remissiva che sopporta da decenni una vita fatta di posti di blocco e limitazioni della propria libertà di movemento e di scelta, non sia il caso che si sveglino e conducano un diverso tipo di resistenza. E’ vero che quando si tratta di dar da mangiare alla propria famiglia si fa tutto, ma perché i palestinesi devono costruirsi il muro che li ingabbia in Cisgiordania? Quell’orrendo muro lo stanno costruendo operai palestinesi! Perché accettano di lavorare nelle colonie israeliane in Cisgiordania che sono la mano che li sfrutta, gli ruba la terra e li opprime?
Un’articolo interessante dal a cui rimando: Who will save the Palestinians?

Spesso mi chiedo come sia possibile che Hamas e Israele trovino un modo di andare d’accordo, se non si riesce nemmeno a farlo tra persone che condividono ideali e principi. Quando si è in missione si vive e si lavora insieme, il mio unico spazio personale è la mia stanza. Per il resto si condivide. Non è facile, ti ritrovi a vivere con gente che ha usanze, religione, abitudini diverse dalle tue, la lingua comune è l’inglese che per pochi è lingua madre. A me cascano le braccia quando vedo che siamo qui a fare un lavoro umanitario, teoricamente con dei principi, e poi non sappiamo andare d’accordo tra di noi, non sappiamo rivolgerci la parola con gentilezza. Il lavoro umanitario inizia a casa ma non sempre così e c’è chi a bravo ad aiutare i palestinesi ma poi nella quotidianità è egoista e superficiale. Questo è deprimente e lo è anche perché coinvolge tutti noi. Oggi sono patetica io, domani lo sei tu. Basterebbe avere un po’ di reciproca comprensione. Invece si tirano su i muri stile separation wall Israele-Palestina. In politica dovrebbe essere il più forte e il più intelligente a proporre una tregua. E tra di noi? Nella nostra quotidianità? Ma dico io, ma se non sappiamo andare d’accordo tra di noi senza prevaricare l’altro, quali speranze ci sono per Palestina e Israele? Forse davvero l’unica via è quella di una pace tra individui, tra vicini di casa, colleghi, parenti…Partendo da noi stessi. E’ la fatica più grande. Con i miei pazienti è facile, in trincea si entra non quando si passa il checkpoint, ma quando si varca la porta di casa, in cui ti ritrovi le persone che hai lasciato dieci minuti prima in ufficio. E non hai voglia di vederle, di mangiarci insieme, nemmeno di respirare la stessa aria. Vorrei avere un loft per conto mio in giornate come queste!

Abbiamo bisogno di poesia. Io ne ho bisogno…

Al di sopra degli stagni, al di sopra delle valli,
delle montagne, dei boschi, delle nubi, dei mari,
oltre il sole e l’etere,
al di là dei confini delle sfere stellate,
spirito mio tu ti muovi con destrezza e,
come un bravo nuotatore che si crogiola sulle onde,
spartisci gaiamente, con maschio,
indicibile piacere, le profonde immensità.
Fuggi lontano da questi miasmi pestiferi,
va’ a purificarti nell’aria superiore,
bevi come un liquido puro e divino
il fuoco chiaro che riempie gli spazi limpidi.
Felice chi, lasciatisi alle spalle gli affanni
e i dolori che pesano con il loro carico
sulla nebbiosa esistenza, può con ala vigorosa
slanciarsi verso i campi luminosi e sereni;
colui i cui pensieri, come allodole,
saettano liberamente verso il cielo del mattino;
colui che vola sulla vita e comprende agevolmente
il linguaggio dei fiori e delle cose mute.
(C. Baudelaire)

Immagino il sospiro di sollievo dei genitori di noi ‘umanitari’ sparsi per la Palestina nel sentire che a modo loro Israele e Hamas hanno annunciato una tregua. I mei genitori in queste settimane sono stati bravissimi e mi hanno resa molto orgogliosa. Sono stati sensibili nel farmi sentire la loro preoccupazione ma non la loro ansia. Sono stati partecipi mettendo anche in discussione le loro posizioni precedenti, quando una figlia in Palestina non l’avevano, quando nessuno raccontava loro lo stato di apartheid in cui vive da decenni il popolo palestinese….Grazie. E grazie anche a tutti quelli che pur sapendo che non ero a Gaza sotto le bombe mi hanno scritto, mi sono stati vicini. La tregua è labile, sottile, può essere spazzata via in un secondo, i bombardamenti potrebbero riprendere nel momento stesso in cui tra poco m’infilo sotto le coperte. I palestinesi continueranno a resistere, Israele a difendersi….Intanto per oggi illudiamoci che la guerra sia finita.

Dunque dopo 23 giorni di bombardamenti da terra, mare e cielo da parte di Israele e 1300 morti palestinesi, missili di Hamas sul Negev, 14 israeliani morti di cui 4 civili e 10 soldati (di cui almeno la metà per “fuoco amico”), siamo alla tregua. Unilaterale, i due partiti in gioco non si parlano. Israele decide una tregua, forse perché è un po’ brutta l’opinione che il mondo si sta facendo di questa democrazia, forse perché tra poco arriva Obama, forse perché pensano che Hamas sia finito. Hamas da parte sua annuncia sette giorni di stop al lancio di missili, forse perché ha capito che da Israele più che mazzate non prende, forse perché gli serve tempo per produrne di nuovi di missili, forse perché sono allo stremo. Israele vuole la fine di Hamas e del lancio di razzi, Hamas vuole il ritiro delle truppe dalla Striscia di Gaza nel giro di una settimana e la riaperura delle frontiere.

You can download for free here the song for Gaza. The author asks to then make a donation to a charity that helps the people of Gaza. And if you can’t spare any money just be kind to those near you, which is, by the way, much more difficult!
Potete scaricare qui gratis la canzone per Gaza. L’autore chiede che si faccia poi una donazione ad un’organizzazione umanitaria che lavora nella Striscia. E se sei senza soldi, sii gentile con chi ti è accanto, cosa molto più difficile che non fare la nostra nobile offerta per i poveri.
Some asked me for the lyrics of the song, here you go:
WE WILL NOT GO DOWN (Song for Gaza)
(Composed by Michael Heart)
Copyright 2009
A blinding flash of white light
Lit up the sky over Gaza tonight
People running for cover
Not knowing whether they’re dead or alive
They came with their tanks and their planes
With ravaging fiery flames
And nothing remains
Just a voice rising up in the smoky haze
We will not go down
In the night, without a fight
You can burn up our mosques and our homes and our schools
But our spirit will never die
We will not go down
In Gaza tonight
Women and children alike
Murdered and massacred night after night
While the so-called leaders of countries afar
Debated on who’s wrong or right
But their powerless words were in vain
And the bombs fell down like acid rain
But through the tears and the blood and the pain
You can still hear that voice through the smoky haze
We will not go down
In the night, without a fight
You can burn up our mosques and our homes and our schools
But our spirit will never die
We will not go down
In Gaza tonight

Gaza ha ucciso di nuovo il turismo a Betlemme. O forse sarebbe meglio dire che Israele e la sua guerra a Gaza hanno di nuovo ucciso il turismo a Betlemme. Poco prima di natale era in ripresa e a natale i visitatori erano tanti. Ieri il checkpoint (foto in basso) era deserto, desolato, ancora più triste del solito, a mezzogiorno ero la prima che straniera che arrivava. L’atmosfera cupa, le strade piene di soldati in assetto di guerra. Ho fatto un po’ di foto a muri vari, mentre tassisiti annoiati e speranzosi attendevano che arrivasse qualche turista. Nessuno nell’ora che ero lì io. Poi me ne sono andata prima che dopo la preghiera del venerdì scoppiasse qualche casino. “Shabbat shalom” alla simpatica soldatessa al checkpoint…

Oggi sono arrabbiatissima, problemi stupidi tra colleghi, ogni ambiente ha le sue miserie e togliamoci dalla testa che chi lavora nell’umanitario è meglio degli altri. Ma come mi piace ricordare a me stessa: meglio arrabbiata che depressa! Intanto ho trovato un’intervista a una donna che ammiro molto e esprime proprio come mi sento:
I have a terrible temper. I will say that I don’t get as angry now as I used to. Meditation helped a lot. But when I think somebody has been hypocritical or unjust, I have to confess that I still get very angry. I don’t mind ignorance; I don’t mind sincere mistakes; but what makes me really angry is hypocrisy. So, I have to develop awareness. When I get really angry, I have to be aware that I’m angry—I watch myself being angry. And I say to myself, well, I’m angry, I’m angry, I’ve got to control this anger. And that brings it under control to a certain extent.
Un film animato che merita di essere visto e che è da poco uscito in Italia è Valzer con Bashir. Racconta la guerra tra Israele e Libano nel 1982. Film autobiografico di un regista israeliano, Ari Folman, che ha da poco avuto la nomination all’oscar come miglior film straniero e che ha recentemente vinto il Golden Globe. Molti in Italia ci sono rimasti male perché speravano andasse a Gomorra. Ma Gomorra è già entrato nei cuori della gente, Valzer con Bashir parla di una delle tante guerre sconosciute ai più, che Israele ha combattuto nei suoi 60′anni di storia. I ricordi di un soldato sul massacro di Sabra e Chatila, campi profughi palestinesi in Libano. Un film profondo, da vedere. Io mi guardo e riguardo il trailer su You Tube in attesa di vedere il film per intero appena sbarco in un posto con un cinema (ovviamente a Nablus non ce n’è uno!). Tutti quelli che l’hanno visto me ne hanno parlato benissimo. Quello che successe in Libano, succede ora a Gaza. Nei media è già notizia vecchia e forse questo film può aiutarci a ricordare che le guerre sono tutte uguali e che i segni della guerra restano anche nell’anima dei soldati che uccidono.
Un altro film che non vedo l’ora di vedere è Il giardino di limoni, che racconta l’assurda quotidianità di una donna nella Palestina Occupata. Ma da quello che ho letto e visto non credo sia uno di quei mattoni politici da militanti filo-palestinesi, ma un racconto poetico e triste di una situazione semplicemente assurda. Diretto da un regista israeliano e questo lo rende ancora più forte.

So finally I managed to see the Banksy’s work I’ve been longing to see for a while…I think this is pure genius. Let’s hope nobody takes down this wall and hides it hoping to sell it for a million euros! I think if something “good” has come out of this monstrous separation wall, it’s art. Forse solo l’arte e la bellezza possono salvare questo mondo, che visto da qui, non è per nulla bello….

Walid, il tassista che mi ha portato a vedere i graffiti di Banksy è una miniera di informazioni e aneddoti. Tempo fa Banksy ritrasse su un muro a Betlemme un soldato che perquisiva un asino. L’ironia era chiara: quest’occupazione miltare è talemente assurda che i soldati controllano persino gli animali. I palestinesi non hanno esattameente un senso dell’umorismo inglese e quelacuno si offese dicendo: se il soldato è l’israeliano, il mulo chi è? il palestinese….Questo graffito si dice che fu poi cancellato per non urtare la sensibilità delle persone. Ma Walid mi ha detto che il muro su cui ero stato fatto era quello di casa sua e spendendoci 8 mila dollari, ha fatto tagliare 3 tonnellate di cemento e l’opera è conservata intatta! Mi ha fatto vedere le foto del muro tagliato, del muro imballato…Dice che cerca qualcuno che glielo compri ad almeno 300mila sterline (niente dollari e shekel che non valgon niente dice!). Con quei soldi mi racconta che ci vuole fare opere a beneficio dei palestinesi. Se gli trovo un’acquirente ha detto che mi dà il 10%! Come se io conoscessi gente che ha 300 mila sterline per comprarsi un Banksy! Vera o meno la storia, e credo che lo sia, si vede che Walid ha studiato economia, fa il tassista ma questa è l’occupazione, fai quello che c’è da fare ma intanto s’ingegna. La foto in alto non l’ho fatta io, l’ho presa da internet, fatta da qualcuno che ha avuto la “fortuna” di vedere quest’opera (d’arte). In basso, il muro com’è ora, una volta “tagliate” 3 tonnellate di graffito!


Oggi sono stata a Betlemme a fare un po’ di foto. Nel mio blog ho accompagnato molte delle cose che ho scritto con le foto dei graffiti che si trovano sul muro che divide Israele e Cisgiordania. Il muro purtroppo è lungo e di spazio per esprimersi ce n’è parecchio. Dove possibile la gente lascia scritte, graffiti, opere d’arte a cielo aperto. Dalla parte palestinese perché su quella israeliana è proibito e infatti è ancora più triste. All’ingresso di Betlemme un manifesto del Ministero del turismo israeliano recita: Peace be with you. Nemmeno tanto divertente. Invece i graffiti che ci sono dentro al “ghetto” sono ironici, tristi, pieni di speranza. Spesso opera di artisti stranieri. Oggi il mio obiettivo principale era la bambina che perquisisce il soldato by Banksy. Ho attraversato a piedi un checkpoint deserto…dall’altra parte alcuni tassisti con cui mi sono messa a chiacchierare, ero la prima visita del giorno. Dall’inizio della guerra a Gaza nessuno viene più, la gente ha disdetto. Li capisco, anch’io ho detto a Franci di stare a casa. Ma per chi di turismo vive è dura. Per questo non ho nemmeno negoziato sulla tariffa del taxi: ok 50 shekels, 10 euro, per un tour dei grafitti di Banksy che mi ero persa. Ho detto al tassista “lo so che è troppo, sono qui da 6 mesi! ma va bene lo stesso!” Betlemme era iper-militarizzata, si prevedevano scontri dopo la preghiera. Io non capisco la consequenzialità dello scontro alla preghiera. Alcuni miei pazienti mi dicono che per rilassarsi leggono il Corano, questi invece leggono il Corano e poi vanno a tirare sassi. In parte li capisco, capisco la rabbia, non capisco il binomio preghiera-intifada. Ma da secoli la religione porta sangue quindi non so nemmeno perché mi meraviglio.

Ieri abbiamo fatto un’incontro con la psicologa israeliana A. Una sorta di de-briefing per discutere un po’ di come ci sentivamo in seguito a Gaza. Forse ne aveva più bisogno lei di noi visto che in questo paese le persone come lei, critiche e contrarie a questa militarizzazione e questo atteggiamento di costante paranoia, sono una minoranza. Quando parliamo del fatto che non tutti gli israeliani sono guerrafondai, è lei la prima a ricordarci che quelli che non lo sono restano una minoranza e che il governo ha il sostegno della gente in questa guerra. Le elezioni si avvicinano, Israele ha bisogno di far vedere che è forte, che non è l’esercito che ha preso mazzate da Hezbollah in Libano due anni fa. Intanto bombardano coumpond dell’ONU e ospedali. Non oso immaginare quanto sia infuriato John Ging, il presidente dell’UNRWA a Gaza.

Ovunque si vada Al Jazeera ti segue. Tra l’altro quella in arabo. La gente qui non riesce a darsi tregua, segue ininterrottamente quello che succede a Gaza. Se spengono la radio o la televisione si sentono in colpa. E questa immersione totale e continua in morti, bombardamenti, feriti non fa bene. Siamo a Gerusalemme e ieri sera sono stata con alcuni spagnoli e colombiani a bere qualcosa in un locale a Gerusalemme est. Anche in posti dove la gente si ritrova per cercare di pensare ad altro Al Jazeera ti perseguita. Ai miei pazienti lo dico che non fa bene nè agli adulti nè ai bambini assorbire tutte queste immagini di violenza. Se vogliono occuparsi dei fratelli palestinesi a Gaza possono fare qualcosa di più costruttivo, anche se mi rendo conto che la gente vuole sapere cosa succede. In molte scuole hanno fatto raccolte di vestiti. I poveri che aiutano quelli ancora più poveri di loro. E intanto oggi un commerciante nella parte ebraica di Gerusalemme mi ha detto con convinzione che ormai Hamas è distrutto, 2 o 3 giorni e la guerra è finita. Perfettamente calatami nel ruolo della turista che non sa nemmeno dov’è Gaza, ho fatto finta di credergli. Finiranno le bombe forse, ma non l’odio.


Gli arabi si sostengono a vicenda via telefono. Quotidianamente i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania ricevono telefonate da persone in altri paesi arabi. Funziona così: arabi che vogliono essere solidali con i palestinesi riguardo a Gaza chiamano a caso numeri palestinesi, quando qualcuno risponde dall’altra parte c’è una persona che ti dice che vuole essere vicino a chi sta soffrendo sotto le bombe o ha amici e parenti intrappolati a Gaza. Ieri due miei colleghi hanno ricevuto chiamate dalla Libia. “Sei palestinese? Chiamo dalla Libia e se sei solo e vuoi parlare io sono qui, non preoccuparti per il costo posso permettermi di stare al telefono con te tutto il tempo che vuoi…” E non sono aziende o call-centre, sono persone che vogliono essere vicine al dramma dei palestinesi. Un semplice gesto, l’idea mi piace. Sarebbe bello se non ce ne fosse bisogno. E intanto oggi i morti a Gaza, dopo 19 giorni di guerra, sono oltre mille (oltre 300 bambini), 13 gli israeliani, di cui 4 civili.
Here is just an extract from another interesting article by the Israeli journalist Amira Hass.
The Israeli public relations machinery happily presented the disengagement as the end of the occupation, in brazen disregard of the facts. The isolation and closure were presented as military necessities. But we are big boys and girls, and we know that “military necessities” and consistent lies serve state goals. Israel’s goal was to thwart the two-state solution, which the world had expected to materialize once the Cold War ended in 1990. This was not a perfect solution, but the Palestinians were ready for it then. Gaza is not a military power that attacked its tiny, peace-loving neighbor, Israel. Gaza is a territory that Israel occupied in 1967, along with the West Bank. Its residents are part of the Palestinian people, which lost its land and its homeland in 1948. In 1993, Israel had a one-time golden opportunity to prove to the world that what people say about us is untrue – that it is not by nature a colonialist state. That the expulsion of a nation from its land, the expulsion of people from their houses and the robbery of Palestinian land for the sake of settling Jews are not the basis and essence of its existence. In the 1990s, Israel had a chance to prove that 1948 is not its paradigm. But it missed this opportunity. Instead, it merely perfected its techniques for robbing land and expelling people from their houses, and forced the Palestinians into isolated enclaves. And now, during these dark days, Israel is proving that 1948 never ended.
The full article, published on Haaretz, is here.

Sopra le nostre teste gli aerei militari diretti a Gaza. O così mi dicono, quello che so è che sono rumorosissimi e quando sorvolano Nablus è difficile non sentirli. Intanto in Israele due partiti arabi che hanno attualmente sette seggi nel Knesset, parlamento israeliano, sono stati estromessi dalle elezioni che si terranno in Israele tra circa un mese (sono circa 1 milione e mezzo di arabi israeliani, cioè il 20% della popolazione). Per lo stato ebraico la mozione garantisce la sicurezza di Israele contro chi vorrebbe distruggerlo, per i partiti estromessi si tratta di una mossa razzista. Amici israeliani confermano che Israele è uno stato razzista. Razzista o meno sicuramente al momento l’opinione pubblica israeliana sembra favorire la guerra. Peccato che da 3 anni, cioè da quando Israele ha lasciato la Striscia, nessun giornalista israeliano possa entrarvi. Come gli giungano le immagini di questo massacro è un mistero. E quanto ai giornalisti stranieri sono quattro gatti, gli altri restano alle frontiere. Per fortuna esistono i blogger. Organizzazioni umanitarie da giorni tentano di entrare con un team chirurgico di emergenza, il problema resta come attraversare il confine di Erez, a piedi (come si fa di solito) è troppo pericoloso. Il personale aspetta a Gerusalemme. Forse si passerà dall’Egitto che da ieri ha aperto Rafah al personale medico che attendeva da giorni e giorni. Si entra, ma non si esce, la gente muore e in Egitto ci sono i letti degli ospedali, che attendono i feriti, vuoti.
In every war civilians are killed, but in every war, civilians also have the chance to flee from their town and villages under heavy shelling. But the people of Gaza have nowhere to escape, nowhere is safe. Gaza is a big prisons, borders are sealed and people have nowhere to go to find shelter. Israeli jets drop leaflets urging people to leave their homes and find shelter…Where I wonder. Palestinians cannot leave Gaza and in the Strip nowhere is safe. Above our heads fire-jets fly off to Gaza, their heavy sound is a dark reminder (as if we needed it) of what’s going on in the other half of Palestine.